On. Gennaro Migliore, sottosegretario al Ministero di Giustizia:

Buongiorno a tutti e a tutte, innanzitutto vorrei ringraziare coloro i quali hanno voluto questo appuntamento. Mi ha suggestionato molto l’intervento della dottoressa Reale quando ha parlato della nascita di questa esperienza vent’anni fa e del fatto che la dottoressa Straffi fosse, proprio in quel momento, in maternità. Quasi a rappresentare la nascita e la crescita di un progetto che poteva essere concepito come un’esperienza di vita, prima ancora che di lavoro, di relazione con il nostro Ministero e le tante Istituzioni che hanno contribuito a realizzare questo percorso eccezionale.

Mi pare di poter affermare che qui in Veneto, insieme ad alcune esperienze in giro per l’Italia, anche se ancora troppo poche, si trovino esperienze che si sono radicate e che hanno avuto la capacità di promuovere elementi positivi. Da questo punto di vista considero l’intervento di Massimo Cacciari, in particolare la prima parte, necessario a riflettere sull’obiettivo che dobbiamo perseguire che non può che essere quello di mettere in campo azioni di reinserimento, di ricostruzione di un percorso di vita delle persone detenute, con una professionalità, con una capacità di tenuta, con una individuazione di obiettivi, che non possono essere lasciati all’improvvisazione.

Per questo ringrazio il Cerchio e l’Associazione Il granello di senape per aver voluto, tenacemente, portare avanti questa esperienza e oggi rilanciarla con questo profilo, che reputo necessario, di impresa sociale che sappia mantenere una positiva collaborazione con tutte le Istituzioni di una realtà con un’attività che non è più mera assistenza, ma promozione reale di occasioni di lavoro e di crescita.

Peraltro, come si è visto dalle testimonianze, l’abbattimento di muri, non solamente simbolici, porta al cambiamento profondo di relazioni, competenze e capacità d’interpretare le norme, anche quelle più avveniristiche, come reputo tale quella del 1975 non essendo stata ancora applicata integralmente in tante parti del nostro paese.

Una riforma che riesce, attraverso la prevista contaminazione con la società civile, a creare un rapporto fecondo, una relazione effettiva con la stessa, valorizzando capacità, spesso neglette, che integrano la professionalità dei soggetti indispensabili affinché si esegua bene la pena. Sto parlando, naturalmente, del personale civile e militare di polizia penitenziaria che quotidianamente è accanto alle persone detenute.

Se non vi è la possibilità di sviluppare la propria iniziativa e la propria azione, anche le riforme che abbiamo deciso come l’avvio del programma della sorveglianza dinamica, per quanto ci riguarda non coglierebbe gli obiettivi complessivi che vogliamo determinare. Per questo rinnovo un sentito ringraziamento a tutte e tutti coloro i quali lavorano nella comunità del carcere, a partire da chi svolge funzioni di amministrazione e di polizia penitenziaria. Non a caso come Governo, abbiamo approvato un provvedimento di riordino, in un recente Consiglio dei ministri, che prevede un allineamento, affinché la polizia penitenziaria non venga più considerata come una struttura di sicurezza con caratteristiche diverse dalle altre forze di polizia.

Devo ringraziare anche i volontari che operano all’interno della struttura delle carceri, gli operatori sanitari, di formazione, che rappresentano il tessuto al quale dobbiamo riferire la nostra azione che deve avere precise finalità: quella di restituire alle persone che svolgono ed eseguono la loro pena in carcere, o in misure alternative, una seconda possibilità per essere reinserite all’interno della società anche se non sempre ci riusciamo.

Sul versante della sicurezza, registriamo un abbassamento della recidiva decisamente positivo quando le persone sono impegnate in attività lavorative e, al contrario, decisamente negativi con percentuali di oltre il 70%, per chi non ha avuto programmi ‘trattamentali’ adeguati. Ma quello della sicurezza non può essere l’unica stella polare della nostra azione perché esiste un dovere, per quanto mi riguarda essenziale, dell’Amministrazione dello Stato di rispondere ai dettami della nostra Costituzione, oltre che della nostra coscienza.

Quando ho incontrato per la prima volta Gianni Trevisan, anche grazie all’intermediazione di Davide Zoggia, sono stato molto colpito dal suo entusiasmo.

Non conoscevo ancora a fondo tutte le attività realizzate nel corso di questi vent’anni. Leggendo la scheda preparatoria di questo convegno devo dire che sono rimasto colpito anche dalla profondità dell’impegno, dalla elaborazione, dal fatto che ci sia stato un lavoro costante di approfondimento, non solo legato alla missione principale della cooperativa, cioè quella di costruzione di occasioni di lavoro, ma anche di riflessioni sulla pena, su che cosa vuol dire eseguire una pena; sui contatti molto stretti con Sandro Margara, presente più volte a incontri e convegni tenuti a Venezia, che per me è stata una guida e una delle figure più significative nella individuazione dei doveri pubblici.

Per queste ragioni, per il sottoscritto, l’investimento sulla possibilità di un ampliamento degli strumenti che garantiscano esperienze di questo tipo, e cioè interventi che si possano misurare con una concreta e reale trasformazione della vita delle persone e delle comunità che le accolgono, è il punto fondamentale.

Volendo però evitare un intervento retorico, non possiamo nascondere il tanto lavoro da fare in questa direzione a livello nazionale. In totale le persone che lavorano all’interno delle carceri italiane sono, al 31 dicembre 2016, 16.251 cioè il 29,7%. Di queste solo 2.771 non lavora alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, e quindi non svolgono quei lavori o di manifattura oppure i cosiddetti lavori domestici, che sono conteggiati come lavoro ma che in realtà hanno una funzione relativa, che dal mio punto di vista dovrebbe essere residuale, mentre invece oggi residuale è il lavoro svolto dalle cooperative con le aziende esterne.

Su questo aspetto ho colto la riflessione del Provveditore e mi trovo d’accordo con lui.

Gli strumenti che vanno potenziati sono quelli che promuovono l’ingresso delle aziende e delle società esterne dentro il carcere, perché solo dalla comunicazione interno ed esterno si potranno avere gli effetti benefici di un reinserimento anche successivo, garantendo attraverso la continuità del lavoro finita la pena, maggiore sicurezza per la collettività.

E’ un lavoro lungo da fare, perché c’è bisogno di risorse e quelle previste dalla legge Smuraglia sono tuttora insufficienti.

Penso ci sia bisogno di aggiornamenti anche di carattere normativo che intreccino quelli avvenuti sul mercato del lavoro tradizionale. Penso ad alcuni casi nelle quali si può estendere l’applicazione di determinate misure. Abolire il limite dell’età per il contratto di apprendistato per i soggetti svantaggiati, che sono impegnati nella esecuzione penale sia esterna che quella intramuraria, può essere un esempio. Altra proposta su cui ho un’idea abbastanza precisa è quella relativa alla creazione di un’Agenzia per il Lavoro delle Persone Detenute e per le persone che scontano una misura alternativa, non ai fini di inventare una grande nuova agenzia di lavoro interinale a livello nazionale, ma per prevedere una vera e propria agenzia di promozione che faccia da punto di riferimento e sostegno per tutte quelle strutture, in particolare Direzioni dei penitenziari e Provveditorati, per offrire loro un expertise adeguata per realizzare l’incrocio con le imprese.

Ci sono direttori e direttrici straordinarie e ci sono dirigenti che non si assumono la responsabilità. Non è una critica, è una constatazione. Durante una mia visita a un Istituto si trova al centro di un’area industriale alla domanda su quante fossero le attività lavorative dall’esterno mi è stato risposto nessuna, perché lì non va nessuno. Non si trattava di un circondariale, ma di un Istituto penale, di una Casa detentiva che quindi dovrebbe avere una maggiore vocazione all’attività di lavoro.

E’ chiaro che è difficile realizzare un incrocio se quelle porte che la norma prevede che possano essere aperte, e i casi che stiamo esaminando dimostrano questa possibilità, rimangono chiuse.  Io credo che un’Agenzia in questo senso possa avere non solo una finalità, ma anche una funzione operativa molto positiva, anche per risolvere piccoli e grandi problemi che sul piano normativo stiamo faticosamente affrontando.

Penso ad esempio al problema delle assicurazioni. Problema risolto perché questo governo, a partire dal Ministro Orlando e con tutti noi che ci siamo impegnati in questa direzione, ha previsto anche l’utilizzo di volontariato e lavori socialmente utili. Però io dico una cosa che penso da sempre. Il lavoro è lavoro, e quando si lavora bisogna essere retribuiti. L’idea che ci possa essere una compensazione tra lavoro e sconto di pena, non la considero educativa. A mio avviso la via maestra da seguire per prevedere la riduzione delle pene, cosa necessaria in un sistema che si aggiorna, è la giustizia riparativa e cioè aiutare il reo a prendere realmente coscienza di aver recato del male, alla società e ad altre persone.

Penso che la giustizia riparativa, oggi ancora troppo trascurata, possa e debba entrare, così come avete fatto voi in tante occasioni, nelle nostre riflessioni e credo anche nella nostre pratiche, diventando uno strumento per far prendere maggiore coscienza di sé coloro i quali sono dentro a questo sistema.

Anche per contrastare fenomeni di stigmatizzazione che sempre più spesso leggo sui social network e che, colpendo persone che si sono rese responsabili di reati “bagatellari”, contribuiscono a costruire un clima nell’opinione pubblica, fortemente sensibile a messaggi che inducono paure, incertezze, insicurezze, non positivo.

Invece non dobbiamo mai stancarci di lavorare per far prevalere la razionalità.

Nei mesi passati ho discusso mozioni, presentate più o meno da tutti i partiti, che riguardavano i trattati per l’estradizione o per lo sconto di pena all’estero delle persone detenute straniere.

Dei dispositivi abbiamo dato quasi sempre parere favorevole perché erano di buonsenso auspicando lo sviluppo di trattati e il dialogo con le istituzioni internazionali, insomma, cose di buon senso.

Alle premesse invece, ho dato quasi a tutte parere negativo perché portatrici di un’idea della pena e delle persone detenute da respingere fermamente, intesa non solo nella logica della rimozione ma addirittura dello scarto umano, come ci ricordano spesso le parole di Papa Francesco o gli scritti lasciatici da Zygmunt Bauman.

Quella che mi è stata contestata di più, perché avevamo dato tutti pareri favorevoli, presentata da un movimento di cui non faccio il nome, sosteneva che visto che su 18.000 mila detenuti stranieri ce ne sono 10.000 che hanno già una pena definitiva, questi dovrebbero andare a scontare la pena all’estero nei loro paesi d’origine. Potrebbe sembrare un parere irrilevante se non lo si leggesse attentamente per quello che è. Cioè l’idea che queste persone, indipendentemente dal fatto che tornando nei loro paesi potrebbero ricevere trattamenti inumani, o senza prevedere il loro consenso visto che potrebbe esserci un percorso di vita già avviato sul nostro territorio, debbano essere rimosse, perché rimuovendole risolveremmo il problema del sovraffollamento. Lascio a voi la definizione di un’idea di società nella quale si immagina che uno strumento positivo e pensato dalla Convenzione di Strasburgo del 1983 come una occasione per riavvicinare ai propri affetti una persona straniera, diventi occasione per l’allontanamento, la rimozione, l’espatrio, l’espulsione.

Magari perché in questo modo si pensa magicamente di risolvere leggende metropolitane, riguardanti il tema della radicalizzazione, oppure quello relativo alla crescita di fenomeni criminali connessi allo sbarco dei profughi quando è del tutto evidente come non ci siano persone detenute provenienti dai barconi ma che la popolazione carceraria di persone straniere riguarda, nella stragrande maggioranza dei casi, persone che sono da molti anni sul nostro territorio e in particolare marocchini, rumeni, albanesi, tunisini, quindi nazionalità che nulla hanno a che vedere con quelle arrivate in questi ultimi anni.

Nell’epoca della cosiddetta post verità, lo sforzo più grande è affermare che noi non perseguiamo un programma di generico svuotamento delle carceri, ma abbiamo messo a disposizione dell’autorità giudiziaria, dei tribunali di sorveglianza, strumenti ulteriori, come la probation, come la messa alla prova, che hanno dato e stanno dando buona prova di sé.

Se non capiamo che questo messaggio deve diventare patrimonio collettivo, anche l’iniziativa di questa giornata e di questo giusto riconoscimento, rimarrà sola, o meglio, in buona ma piccolissima compagnia. Per queste ragioni, oltre agli obiettivi che vi siete prefissi, vi chiedo di continuare a testimoniare che l’esecuzione effettiva della pena, svolta secondo quelli che sono i dettami e i principi costituzionali, valorizzando l’esperienza e la professionalità di chi lavora dentro al carcere, è un’occasione di reale reinserimento delle persone detenute e, conseguentemente, una maggiore sicurezza alla società.

Oltre che degli operatori, penso quindi voi siate dei testimoni fondamentali a cui chiedo di svolgere anche questo ruolo e a Gianni, che vedo sempre in grandissima forma, di continuare a guidarvi in questa strada.

Grazie.